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giovedì 5 giugno 2014

Consumo critico?



Questo post comincia con una storia (vera). C'era una volta una signora americana, che si chiamava Athena Hohenberg, e che si imbattè al supermercato in un barattolo di Nutella. Lo comprò per provarlo e, evidentemente approvandolo, lo somministrò a se stessa e alla sua famiglia per un certo periodo di tempo. Poi, un bel giorno, fece una scoperta del tutto sconvolgente, spaventosa, in grado di destabilizzare chiunque. Reggetevi ai bordi della sedia, cari lettori. Athena scoprì che la Nutella non era un cibo sano. L'orrore quasi la sopraffece, e credo che la gran parte di voi sia rimasta sgomenta quanto lei ad apprenderlo. Athena non era mai stata sfiorata da un simile pensiero, perché aveva visto alla televisione uno spot con bambini che mangiavano di gusto pane e Nutella, e una voce che commentava quanto questa colazione fosse sana e nutriente, l'ideale per cominciare la giornata. O qualcosa di simile. Vista questa pubblicità, mai il più piccolo dubbio aveva a quanto pare sfiorato la mente di Athena, perfettamente convinta, a suo dire, di star somministrando ai propri pargoli una colazione virtuosa nutrizionalmente quanto una scodella di crusca e yogurt magro affiancata da una spremuta di arancia biologica. Né l'aspetto, né la consistenza, né il sapore, né la lista degli ingredienti stampata sull'etichetta del barattolo, le avevano mai portato dei sospetti.
Così, la candida Athena querelò la ditta produttrice per pubblicità ingannevole, e questa storia ha un lieto fine perché ottenne, a quanto pare, un risarcimento stratosferico, mentre l'America si riempiva magicamente di centinaia di madri cadute dal pero, che realizzavano solo in quell'attimo quanto poco sana fosse la Nutella, cosa che, anche loro, a quanto pare, mai avevano sospettato prima… che Athena vincesse la causa.

Ora. Questo apologo non vuole essere una critica alle class action contro le multinazionali, né una perorazione a favore della salubrità della Nutella. Riconosco che a qualunque lettore italiano il tutto risulta immerso nell'atmosfera surreale che hanno per noi certe vicende d'oltreoceano.
Voleva solo essere un'introduzione al nostro modo di fare un po' di consumo critico (giusto un po', la strada è lunga!), e che non è questo. Non è, cioè, pretendere una cristallina verità dalla pubblicità a colpi di sentenze, né pretendere il diritto di non leggere etichette, non informarsi, non scegliere consapevolmente cosa sia buono o da scartare per noi in quello che acquistiamo. Naturalmente, vogliamo che ci sia trasparenza sull'origine, il contenuto, la storia produttiva del prodotto, e vogliamo che ci siano controlli di sicurezza previsti per legge, e via dicendo, ma alla fine dei conti, siamo noi a decidere cosa mettiamo nel carrello, e successivamente in bocca o addosso, e in che quantità, e non possiamo aspettarci che la tutela dello stato arrivi al punto di prendere il posto delle nostre valutazioni personali in ultima istanza - non dovremmo neanche augurarcelo, a dire il vero.
Quindi, noi abbiamo deciso di cominciare a fare un po' di consumo critico partendo dalla valutazione personale: abbiamo cioè creato con altri amici un piccolo GAS - un Gruppo di Acquisto Solidale, il cui scopo principale è, almeno per ora, aiutarci vicendevolmente nel cercare di acquistare alcuni prodotti direttamente dal produttore, preferibilmente in zona, per vedere, valutare, assaggiare e decidere.
Poca roba, per adesso: il latte da una mucca del paese una volta alla settimana (il centralino di distribuzione delle bottiglie e raccolta dei vuoti del GAS è nel nostro sgabuzzino), il miele, qualche verdura (per prova, ci sono arrivati cinque chili di bieta, e probabilmente non vi immaginate neanche quanto spazio occupano cinque chili di bieta- neanche noi lo immaginavamo prima che arrivassero nella nostra cucina), da poco le uova, occasionalmente una puntata fuori zona per provare qualche produttore interessante (cereali e legumi biologici). E' un'avventura fonte di una miriade di aneddoti - ci sarà tempo per raccontarli - e di qualche vera soddisfazione. Per noi è anche l'occasione di sperimentare uno stile di vita un po' più orientato alla condivisione, e di goderci una microavventura con alcuni dei nostri più cari amici.
E' il nostro modo di provare un approccio diverso alla spesa.
(Sì, ne siamo consapevoli: niente cause miliardarie da vincere dietro l'angolo, con questo approccio…)

(Dile)

giovedì 21 giugno 2018

L'Alveare che dice... perché no?

Negli anni, qua in Via delle Cose Nuove, abbiamo sperimentato diversi modelli di acquisto alimentare alternativi al classico Supermercato, guidati dalla ricerca di una maggiore stagionalità dei prodotti e dal criterio del Km0 (diciamo tendente allo 0, a parte l'orto di casa). 
Si va dalle botteghe di paese alla partecipazione al GAS di Reggello – un paese qua vicino –, fino alla creazione di un GAS con alcuni nostri amici (lo stanzino esterno di casa nostra, più meno sempre aperto, fungeva da magazzino con conseguente via vai di gente... rimarrà negli annali).
Tuttavia queste buone pratiche, eticissime e lodevoli, dopo un po' si arenavano, vuoi per il troppo impegno richiesto per star dietro a ordini, pagamenti e ritiri, vuoi per le pause estive da cui spesso non ci si riprende, vuoi per la scarsa partecipazione sul lungo periodo, vuoi per i prezzi alti e i tempi di attesa lunghi (questo vale soprattutto per le botteghe di paese, alla lunga snervanti)
Finalmente, da un po' di mesi, pare che abbiamo finalmente trovato la soluzione ideale, che coniuga gli ideali etici della produzione locale e stagionale con un'estrema praticità nella gestione degli ordini e dei ritiri, grazie all'apporto del web.
Si tratta dell'Alveare che dice sì! 


Il modello nasce in Francia un po' di anni fa, ma si è diffuso a macchia d'olio (extra-vergine, si intende) in tutta Europa, Italia compresa. E da poco meno di un anno pure il Valdarno vanta il suo Alveare, grazie all'Associazione TerraFranca di Castelfranco Piandiscò! (il nostro glorioso comune)
Il principio è piuttosto semplice: c'è una piattaforma web centrale a cui può aderire chiunque voglia fare da gestore di un Alveare locale. Questa persona si occupa di contattare/trovare:
- le aziende del territorio (secondo alcuni criteri di ecosostenibilità ecc, ma non molto stringenti, anzi piuttosto liberal, tranne il fatto di dover risiedere a meno di 250km dalla sede dell'Alveare), proponendo di aderire al progetto e cercando sempre più di allargare l'offerta.
- una rete di potenziali consumatori residenti nel territorio, soprattutto via web, proponendo di aderire al progetto e stimolandoli nel tempo a contribuire.
- una sede dell'Alveare, che può essere il negozio di uno dei produttori, un fondo del gestore ecc..., dove poter allestire una volta a settimana il "mercato" dei prodotti.

Dalla parte del consumatore funziona così: si aderisce dalla piattaforma web a uno o più Alveari del proprio territorio; ogni settimana si apre l'ordine online, e resta aperto per 5 giorni; se si vuole comprare qualcosa, si va sulla pagina del proprio Alveare, si scorrono i prodotti, si comparano i prezzi, si ottengono informazioni sulle aziende, si riempie il proprio carrello virtuale, e si paga infine con carta di credito... il tutto mooolto user-friendly; si riceve una mail con il riepilogo e un codice relativo all'ordine, di solito un semplice numero; due giorni dopo la chiusura dell'ordine, si va ad un orario stabilito (per il Valdarno dalle 18.30 alle 20) alla sede dell'Alveare e si ritira comodamente il proprio ordine.
Questa fase finale è in realtà la più carina: ogni produttore ha già pronto un sacchetto (o una cassetta) con il numero d'ordine relativo ad ogni consumatore, e sta ad un tavolo come fossimo ad un mercato. Ma non è un mercato, perché manca una delle componenti che maggiormente mina la possibilità di instaurare relazioni aperte e dirette con i produttori, ovvero lo scambio di denaro: questa parte un po' fastidiosa, infatti, è già avvenuta, e al momento del ritiro ci si può concentrare sullo scambiare quattro chiacchiere, e perché no sul gustare qualche assaggino di nuovi prodotti! 


Per quanto riguarda il produttore, che sceglie il prezzo di ogni prodotto, l'adesione all'Alveare comporta la riduzione del 20% di guadagno sul prezzo stabilito: infatti, il 10% va alla piattaforma web dell'Alveare, e l'altro 10% al gestore. Quindi il produttore guadagna l'80% sul costo del prodotto. A conti fatti, non è malissimo.
Certo, questo significa che il consumatore spenderà più che al Supermercato. Ma ne guadagnerà in freschezza dei prodotti, trasparenza nella produzione, stagionalità, bontà, conoscenze nuove, scambi interpersonali arricchenti, e pure quel dolce retrogusto di aver fatto qualcosa di etico e alternativo, che non guasta!

P.S. Ci sono diverse voci critiche sull'Alveare, che farebbe del business aziendale centralizzato sulle "spalle" dei produttori locali... ma secondo noi fare del business in sé non è affatto una colpa, e non è fatto sulle spalle di nessuno, bensì "dando una mano" a quei piccoli produttori che rischiano di essere mangiati dal modello globale del consumo alimentare.

P.P.S. Sia ben chiaro: nessuno ci ha pagato per fare pubblicità all'Alveare!! Con i pochi lettori che abbiamo sarebbe perfino assurdo (e questi vogliono fare business, ve l'abbiamo detto!). Semplicemente, ci stiamo trovando bene, e vogliamo diffondere le cose che ci sembrano ben fatte.




giovedì 28 luglio 2016

Invasione!



Un martedì sera torno tranquillamente a casa dopo essere stata a cena fuori con amiche che non vedevo da tempo. La giornata è stata afosa ma la sera è fresca e silenziosa, prima di rientrare annaffio l'orto e i vasi, seguendo diligente le istruzioni che mi ha lasciato Damiano, via per un convegno a Roma ancora per qualche giorno. Poi entro in casa, metto le ciabatte, appoggio la borsa, vado in cucina a prendere un bicchiere d'acqua, accendo la luce…
Qui se fosse un film inserirei una musica da sorpresa orribile, stile Dario Argento.
Non c'era un pazzo armato d'ascia ad aspettarmi seduto al tavolo, ma l'acquaio e il piano cucina brulicavano di blatte. Brulicavano: finalmente ho compreso il reale, disgustoso significato del termine. Significa che ce ne erano molte, e che al mio urlo disumano hanno cominciato a muoversi come impazzite. In genere gli insetti non mi impressionano particolarmente (mentre non sopporto lombrichi e lumache), però vederne così tanti sul mio immacolato piano cucina mi ha quasi paralizzata. Poi, in un impeto di ribellione mi sono sfilata entrambe le ciabatte ed ho cominciato a menare fendenti assassini urlando come un'assatanata. Delle blatte uscite allo scoperto se ne sono salvate in poche, riuscendo, infide, a rinfilarsi nello scarico da cui erano venute, o sotto il battiscopa. Io ho continuato a urlettare per altri venti minuti circa, sola nella cucina piena di blatte morte. Poi ho chiamato due volte di seguito Damiano chiedendomi infuriata perché diamine non rispondesse al primo squillo alle due di notte. Quando finalmente si è svegliato abbiamo cominciato una conversazione  di questo tenore: 
Io: CI SONO LE BLATTE IN CUCINA, FAI QUALCOSA! 
Lui: Come? 
Io: NON MI HAI SENTITO? CI SONO LE BLATTE! MILIONI DI BLATTE! 
Lui: Calmati... 
Io: AAAAAAAAAH! CAMMINAVANO SUL NOSTRO PIANO TUTTE LE NOTTI E NOI NON LO SAPEVAMO! 
Lui: Dile… 
Io:…CI ABBIAMO CUCINATO, APPOGGIATO LE COSE, MI VIENE DA VOMITARE, SE PENSO CHE… AAAAAAAAAAAAH! 
Lui: Dile... 
Io: DOVE SEI QUANDO MI SERVI? CHE CAVOLO CI FAI A ROMA? A CHE MI SERVE UN MARITO SE NON E' QUI QUANDO CI SONO LE BLATTE E DEVO FARE LA NINJA DEGLI INSETTI DA SOLA?  RISOLVI IMMEDIATAMENTE IL PROBLEMA! 
Lui: Dile, sono a Roma e sono le due di notte! 
Io: QUESTI SONO AFFARI TUOI! LA PARITA' FRA I SESSI SI FERMA DI FRONTE ALLE BLATTE! QUELLE SONO UN TUO SPECIFICO DOVERE!!
Potrei continuare per un bel po', ad ogni modo alla fine è riuscito a convincermi ad andare a dormire e mi ha preso così sul serio che la mattina dopo aveva già contattato due ditte di disinfestazione prima che io emergessi dal coma in cui ero sprofondata verso l'alba. Ovviamente le maledette non si vedevano alla luce del sole. Avrei potuto convincermi di aver sognato tutto se i cadaveri tristemente sparsi delle mie vittime della notte precedente non fossero stati ancora spiaccicati ovunque. Così ho aspettato.
Poi, subito dopo pranzo, è arrivata la Squadra.
Guardateli, mentre camminano al rallentatore in soccorso di una giovane donna sola ed indifesa sulla strada assolata, trasportando la loro attrezzatura.
Li chiamerò i Quattro dell'Apocalisse.
Il Primo dell'Apocalisse è un gioviale signore di mezza età con la gamba ingessata e le stampelle, che sembra un pensionato aggregato per caso alla compagnia. Il suo ruolo principale, scoprirò presto, è dispensare saggi consigli ai suoi colleghi e a me. Lo chiameremo la Gamba, per ovvi motivi.
Il Secondo dell'Apocalisse, detto anche il Braccio, è quello che esegue gli ordini. Non pronuncia parola ma porta attrezzi, svita bulloni, apre confezioni di quella che spero sia una sostanza mortifera in grado di sterminare tutti gli insetti del pianeta, oppure rimane contro il muro con le braccia lungo i fianchi in attesa di ordini.
Il Terzo dell'apocalisse è il boss, il capo, la Mente. E' anche il portavoce, scelto con oculatezza: non si può dire che abbia uno specifico difetto di pronuncia, ma ne assomma tre o quattro assieme, tanto che capisco la metà di quello che dice e assentisco sperando di non aver appena accettato che la casa venga purificata col lanciafiamme. Ad ogni modo, ha spodestato Gamba, indebolito per via dell'infermità e della vecchiaia ed adesso detiene con fierezza il ruolo di Signore delle Blatte.
Il Quarto dell'Apocalisse è la Mascotte appena reclutata, un ragazzo tondo, ricciuto e su di giri che potrebbe avere sì e no vent'anni ed appare entusiasta della carriera che si è scelto (se sapeste quanto è costato l'intervento, probabilmente capireste il perché). Ad ogni modo la Mascotte ama il suo lavoro, ama aprire il pozzo nero per sversarci l'Anti-qualsiasi-forma-di-vita, ama maneggiare sostanze irritanti e soprattutto ama le blatte morte. Principalmente chiacchiera con me come se fossimo vecchi amici, oppure, se cerco di sfuggirgli, sento la sua voce che esclama "Accidenti, questa era davvero grossa!" oppure "Lo sa che per ogni blatta che si vede ce ne sono dieci che non si vedono? " oppure "Loro viaggiano nelle fogne, sa… hanno i loro speciali sottomarini… ci siamo capiti?" oppure, valutando la meravigliosa credenza antica intagliata di mia nonna, che è più o meno il mobile più bello che abbiamo in casa, con occhio esperto: "Un po' vecchiotta, questa, eh?"
Prima agiscono sul pozzetto delle acque chiare e quello delle acque scure. Poi, per sicurezza, vagolano per la casa con le scarpe sporche e l'attrezzatura a tracolla come in Ghostbusters, spruzzando ovunque una sostanza misteriosa, che effettivamente, come mi hanno garantito, non lascia tracce sui muri ma in compenso rende l'aria irrespirabile, fa bruciare gli occhi e danneggia il cotto ("E' meglio se mi viene dietro e asciuga le goccioline", mi biascica la Mente, ed io, più depressa che mai, obbedisco).
Alla fine se ne vanno, giulivi, lasciandosi alle spalle una Casina oppressa da gas puteolenti e sporca oltre ogni dire. Qua e là, in cucina, blatte uscite allo scoperto agonizzano muovendo debolmente le zampette. Fa un caldo opprimente ed io abbandono questo scenario di morte e desolazione che un tempo era casa mia, chiudendo bene tutto per creare l'effetto camera a gas, e me ne vado in piscina a nuotare furiosamente per oltre un'ora, cercando di dimenticare i miei affanni. Rientro a casa il tempo di fare un fagotto da profuga e spalancare tutte le finestre in modo da rendere nuovamente l'ambiente abitabile per gli esseri umani, poi me ne vado a lagnarmi e dormire dai miei genitori.
Il giorno dopo, di prima mattina (beh, più o meno) sono tornata. Durante la notte il vento ha soffiato, la temperatura è calata di almeno dieci gradi e questo semplifica notevolmente il lavoro da ditta delle pulizie che mi aspetta. Ovviamente mi concentro sulla cucina, presa da uno zelo purificatore: non ci sono solo le blatte morte che mi preoccupano, ma anche l'esposizione di tutto ciò che usiamo per cucinare e mangiare a prodotti che ammazzano insetti sull'istante, quindi, ne deduco, non propriamente salubri. Mi ci vogliono sei ore per pulire tutte le superfici, lavare ogni singolo piatto, pentolino, vassoio, pezzo di stoviglia contenuto nella cucina, mandando a più riprese la lavastoviglie, staccare il battiscopa e pulirlo con la sistola in giardino (un giorno in cui vorrete davvero disgustarvi, alzate il battiscopa del vostro piano cucina: è sempre una grande scoperta quello che si trova dietro), sfoderare il divano e i cuscini, spolverare, spazzare e infine pulire il pavimento variamente istoriato dalle gore bianche del prodotto spray. Poi passo alle altre stanze della casa, caricando la lavatrice di lenzuoli, asciugamani, accappatoi, buttando gli spazzolini da denti e i rotoli di carta igienica incominciati, mentre l'aspirapolvere ulula e tutti i pavimenti vengono cenciati.
Obnubilata dalla stanchezza, a sera recupero Damiano alla stazione, di ritorno da Roma, e la campagna militare contro le blatte si conclude mangiando pizza da asporto direttamente nel cartone.
Abbiamo vinto?
Lo spero, o credo che la prossima volta opterò per un più comodo e semplice trasloco.

domenica 12 aprile 2015

Mantenere la propria sanità mentale preparando una colomba di Pasqua. Forse.



Ogni tanto, la nostra natura umana ci spinge a imbarcarci in grandi imprese. Imprese, lo sappiamo, molto superiori alle nostre forze, ma che ci portano a tirar fuori risorse insospettabili. E' il desiderio dell'ignoto, il fascino dello sfidare se stessi, il gusto di raggiungere traguardi che pochi hanno potuto vantare.
E' stato così che, alla vigilia di Pasqua, quest'anno, ho improvvidamente e improvvisamente deciso di cimentarmi nella preparazione di una colomba pasquale, da esibire e servire ai parenti in occasione della festa. Perché, andiamo, comprarla al supermercato siamo buoni tutti. Ma qualcuno ha mai provato a farla? Eh? Eh? 
Così, cerco una ricetta su internet e devo ridimensionare immediatamente i miei progetti. A quanto sembra, la colomba vera e propria è un dolce che deve attraversare qualcosa come quattordici fasi di lievitazione o giù di lì e si prepara in non meno di due-tre giorni di paziente sbattimento, mentre io ho avuto l'idea di questa gloriosa sfida alle mie possibilità culinarie alle due di pomeriggio del Sabato Santo. Ma non è mai troppo tardi, perché un noto sito di ricette propone molto opportunamente una versione adatta a chi non ha tempo da perdere, una colomba "veloce" che si può ottimisticamente sperare di realizzare in sole quattro lievitazioni e complessive diciassette ore di tempo, il che, considerando che ho a disposizione anche la mattina del giorno di Pasqua rende l'impresa possibile. E poi posso sempre dormire, nutrirmi e andare a fare la pipì nei tempi morti, rifletto. In preda a un delirio megalomane decido che, anzi, di colombe ne farò due, una per i miei e una per i suoceri. Si tratta solo di raddoppiare le dosi e suddividerle in due stampi. Bazzecole. 


Prima cosa, vado al supermercato. Sì, il sabato pomeriggio della vigilia di Pasqua. L'incursione risulta una sorta di ordalia purificatrice, una specie di attraversamento della Geenna, tra schiere di invasati dell'acquisto all'ultimo minuto (beh, come me).
Passo tra le merci scaraventate nei carrelli, sgomitando per superare il muro umano formato dalla coda al banco gastronomia e rosticceria (una signora sta urlando che per carità le tengano da parte uno degli arrosti, la fila, come il coro di una tragedia greca, le risponde con collettiva indignazione: signora, siamo tutti qui per questo!). Guardo con disprezzo le colombe infiocchettate che vengono saccheggiate dagli scaffali: troppo facile, se sapeste cosa mi propongo di fare io… Purtroppo qualche effetto del mio essermi mossa tardi lo subisco: la granella di zucchero per la guarnizione non si trova da nessuna parte. Riesco a recuperare gli stampi appositi da colomba, però, e poi uova (visto che prevedo di usare tutta la fornitura settimanale del GAS), farina forte, arance, mandorle e nocciole e vari altri ingredienti. Pur effettuando ogni acquisto di volata non riesco a emergere dal vischioso bagno di folla intenta al consumo sfrenato prima di un'ora intera, anche perché è necessario muoversi con cautela per non investire bambini impegnati in mostruosi capricci per ottenere l'uovo dei Bakugan ("Ce l'ho già quello dei Transformers!").
Una volta a casa, l'esperimento ha inizio. Damiano, con lungimiranza, tira fuori dallo stanzino una vecchia planetaria che io ho sempre rifiutato di usare per i miei dolci, che fosse per me impasterei sempre a mano. "Tanto non la uso", annuncio sprezzante. Dopo venti minuti, la planetaria sta lavorando a pieno regime e io mi chiedo con una certa impazienza per quale ragione non esista un livello velocità 6 per l'impasto ma la levetta arrivi solo fino a 5. Durante le lievitazioni, doso gli ingredienti che serviranno per lo stadio successivo e cerco di ripulire, ma ben presto la cucina si trasforma in un campo di battaglia. Senza contare che questo sistema effettivamente ottimizza i tempi, ma di andare in bagno o mangiare non se ne parla. Perdo una cosa tipo quaranta minuti per grattugiare la buccia delle arance e dei limoni, compulsando internet alla ricerca di un metodo per non far incastrare l'80% dei trucioli negli interstizi tra i fori della grattugia (per la cronaca, esiste ed è anche un ottimo metodo: stendere un pezzo di carta da forno sopra la grattugia e usarla così: rimane tutto sulla carta e si può poi agevolmente rovesciare da parte). Damiano a un certo punto è praticamente costretto a buttarmi fuori dalla cucina per cominciare a preparare una pizza veloce per noi e due nostri amici. Capisco, guardandomi allo specchio del bagno, che devo ritenere il suo intervento come un messaggio della provvidenza e rinuncio a impostare la preparazione del trito di mandorle per la glassa, rimandandolo a tempo indeterminato per farmi una doccia e non terrificare i presenti come l'Invasata della Cucina.
Dopo la cena, sbatto nel forno ancora tiepido per la pizza l'impasto alla sua terza lievitazione, che dovrebbe durare dodici ore, e ce ne andiamo tutti alla Messa della notte. E per un bel po' di tempo, l'attenzione è giustamente rivolta al Protagonista.


La mattina dopo, la sveglia suona, ma è come se parlasse e dicesse: "glassa!glassa!glassa!glassa!"
Obbedisco. Compiaciuta constato che il composto è lievitato fino a raggiungere dimensioni quasi inquietanti. Aggiungo l'uvetta, do un'ultima impastata a mano, compongo le due colombe nei rispettivi stampi e poi preparo una meravigliosa glassa a base di albumi, zucchero di canna e trito di mandorle e nocciole, che viene stesa sulla superficie delle mie due bambine. Ancora una lievitazione, l'ultima, mentre facciamo colazione. 


Poi la cottura in forno: e intanto mi arrovello sul problema che mi assilla da quando ho letto la ricetta la prima volta. Dice, una volta estratta la colomba dal forno, di farla raffreddare rovesciata, altrimenti potrebbe collassare al centro. Si possono usare appositi sostegni in polistirolo, dice, e come no. I famosi Sostegni in Polistirolo per far raffreddare le colombe pasquali, chiunque ne ha in ogni cassetto della cucina. Sbircio nei commenti alla ricetta alla ricerca di soluzioni, e con mio orrore crescente mi imbatto piuttosto in desolati "A me non è venuta bene" "Ma siamo sicuri che debba lievitare così tanto?" "L'uvetta mi fa schifo, non c'è una ricetta senza uvetta?" "Mi si è sgonfiata" "La crosta si rompe subito" e via dicendo. L'ansia sale, e quando estraggo le colombe, che sono magnifiche, gonfie e bruno dorate, ho praticamente il terrore di vederle sgonfiarsi come un palloncino bucato. Cerco maldestramente di piazzarle appoggiate a qualche pentola rovesciata quando un pezzo di crosta si stacca. Le urla isteriche richiamano Damiano che decreta che il Signore non  permetterà che la colomba si sgonfi dopo tanta fatica, e che in ogni caso è ora di andare perché i miei ci aspettano a pranzo da mia zia. Si rivela profetico perché non si è sgonfiata  né la colomba portata via ancora calda avvolta nell'alluminio, né quella lasciata a casa in attesa della cena dai suoi il giorno dopo. Erano buone. Entrambe. Morbide, con la crosta croccante.
Ma se mi chiedete se consiglio di farlo anche a voi, beh...


lunedì 11 agosto 2014

Roba da scout!



Io torno, lui parte. La casa è il testimone da scambiarci nella staffetta, e la "roba scout" è ovunque. Sì, è tempo di campi estivi e di routes: zaini da fare, fatti, disfatti, mucchi di biancheria a vari stadi del suo ciclo vitale: pulita, sporca, lavata, stesa, ammucchiata in attesa di essere stirata.
Giornate calde e serate solitarie (sono tornata dopo quindici giorni in tenda, Dama è partito dopo di me e non tornerà prima di una settimana  - è in Route Nazionale con i più grandi, magari ne avete sentito parlare al tg), trascorse a stirare quantità impressionanti di t-shirt oversize in colori sgargianti, stampate con improbabili loghi in ricordo di campi o eventi scout: per descriverle in breve sarà sufficiente dire che si tratta del capo d'abbigliamento più importabile dell'universo, eccetto naturalmente che ai campi scout, dove rappresentano il massimo del cool (con tanto di tendenze - al momento dalle nostre parti va alla grande la maglietta ricordo del novantesimo del gruppo scout: bramata ardentemente da chiunque non la possieda e stampata in sei colori - gli intenditori hanno tutte e sei le versioni).
In Via delle Cose Nuove la "roba degli scout" occupa una percentuale significativa sul totale del nostro spazio vitale. E' un aspetto problematico della comunione dei beni conseguente il nostro matrimonio: anni e anni di scoutismo hanno portato ciascuno di noi ad accumulare separatamente tutto l'essenziale, tutto l'utile e tantissimo inutile-mapotrebbesempreservire. E questo senza contare che  Damiano ha un debole per l'oggettistica tecnica stile Bear Grylls (un peccatuccio comune a molti scout di sesso maschile): non è accettabile che esista qualcosa di veramente fico e "wild" di cui lui non sia in possesso, tipo materiale per gli acciarini (perché l'accendino bic è troppo mainstream quando devi cucinare delle quaglie al cartoccio su un fuoco di bivacco), custodia plastificata per la cartina, con laccio per appenderla al collo (perché non si sa mai, potresti dover controllare la rotta in una bufera di neve, e allora ringrazierai di avere la cartina asciutta e a portata di mano), gavette col fondo antiaderente (per perfetti risotti liofilizzati in route), sacco-lenzuolo ("è come un sacco a pelo, ma per l'estate!") e scarponi impermeabilizzati col grasso di foca (perché nulla è paragonabile alla saggezza dei nostri antenati... beh, a parte il gore-tex). E sorvolerò sul machete. 

Poi è giunto il momento di unire i rispettivi patrimoni. E la cosa ha assunto proporzioni ridicole.  Abbiamo interi set di scatole ikea che contengono gavette, fornellini a gas con rispettive bombole, mantelle impermeabili, bussole, cuscini gonfiabili, torce, ghette, cinghie di ricambio. Abbiamo interi scaffali occupati da sacchi a pelo in gradazione da "Comfort in Antartide" al summenzionato sacco-lenzuolo, materassini autogonfianti, scarponi e zaini da trekking. Abbiamo interi scomparti del guardaroba invasi dalle orride t-shirt, dai capi dell'uniforme, da tutta la robaccia così vecchia e sciupata che "Uhm, darla alla Caritas sarebbe offensivo… ehi, la tengo da parte per gli scout!": felpe slabbrate, tute anni '80 in colori fluo, calzini grigiastri a furia di lavaggi sbagliati, jeans in stadio terminale… ci siamo capiti. E siccome casa nostra è piena di libri, abbiamo naturalmente un intero settore della libreria dedicato all'editoria scout: dai manuali tecnici alle raccolte fotografiche, ai tomi di storia dello scoutismo, ai volumi di pedagogia scout, all'opera omnia di Baden-Powell, il fondatore. Potrei continuare (non ho citato il capitolo "ricordi, ricordini & carabattole"), ma credo di aver reso l'idea a sufficienza.

Così, tra una lavatrice e l'altra, con la testa piena delle immagini dei giorni trascorsi in tenda con i miei Esploratori, riponendo il contenuto del mio zaino al suo posto prendo nota senza volere degli spazi vuoti lasciati da Damiano che non c'è , e percepisco la sua assenza attraverso la mancanza  degli scarponi, della torcia, della gavetta... E' bella questa Avventura, è bello che ciascuno di noi la viva per sé, ma è un po' malinconico tornare a casa e dover aspettare per raccontare tutte le mille cose che ci sono da raccontare.
Il lato positivo però in fondo c'è: qualche giorno di respiro prima che con lui arrivi l'ennesima  mandata di magliette luride da smaltire.
 (Dile)