
Credo di essere
stata una dei pochi ragazzini della mia generazione cresciuta con una cultura
prossima allo zero in fatto di animazione giapponese. Non parlo di cinema, che
in fondo è stato sdoganato solo negli ultimi anni e resta comunque di nicchia
in Italia, ma proprio di cartoni animati. Fino ai dieci anni il poco di
televisione concessa in casa mia si limitava al Disney Club il sabato
pomeriggio, dopo i miei dieci anni ci siamo trasferiti in una casa la cui
posizione sul fianco di una collina rendeva praticamente inguardabili tutti i
canali Mediaset, soprattutto Italia 1, e abbiamo tirato avanti con la Rai fino
all'arrivo di Sky. Quindi, anche volendo, sarebbe stata un'impresa quasi
impossibile. Ricordo gli sforzi titanici per seguire l'unico cartone animato
giapponese della mia preadolescenza, Rossana: le puntate che non riuscivo a
vedere a casa della mia amica Chiara le decifravo tra puntini e bruscolini e un
onnipresente rumore di fondo. Mi sono arresa presto. Certo, non ero proprio
alienata: sapevo che Holly e Benji giocavano a calcio e Mila e Shiro a
pallavolo, sapevo che Terry e Meggy andavano "quaaaa e laaa, senza
viaggiaaaare" e che Heidi era
triste laggiù in città, e persino che Anna dai Capelli Rossi aveva "due
grammi di felicità" (espressione invero sibillina e piuttosto
fraintendibile). Alle elementari avevo giocato a Sailor
Moon, o per lo meno a un generico gioco di "poteri" con amiche
che guardavano il cartone e mi istruivano sulle frasi da pronunciare
("potere del cristallo di luna, vieni a me!"). Sapevo che in Dragon Ball si parlava di Sfere del Drago,
anche se ancora oggi non ho la minima idea di cosa questo significasse. Alle
medie, alcune delle mie amiche più care erano innamorate di questo anime, per non parlare dei suoi protagonisti. Io, che non avrei potuto
guardarlo neanche volendo (puntolini, bruscolini e rumore di fondo) e non ero
particolarmente colpita dal look di tali personaggi, sorridevo e annuivo,
mentre dentro di me cresceva un piccolo presuntuoso mostriciattolo: il germe
della sufficienza. In pratica, mi sembrava di essere più intelligente perché
non amavo qualcosa che piaceva a tanti, senza per altro conoscerla affatto:
atteggiamento deleterio che a tredici anni mi avviava a diventare una perfetta
pseudo intellettuale snob.
Quindi adesso mi cospargo il capo di cenere, e
vi chiedo scusa, cara Laura, cara Fiammetta, per aver pensato che Dragon Ball fosse una cretinata. Non perché
ora lo ritenga un capolavoro: come accennavo, non ho mai visto una sola
puntata. Potrebbe benissimo essere effettivamente una cretinata (o un
capolavoro), ma la mia lontananza in parte
involontaria in parte coscientemente cercata e persino ostentata verso
l'animazione giapponese, che ha le sue radici, credo, proprio nel disprezzo
verso Dragon Ball, ha permesso che io passassi il quarto di secolo senza mai
vedere alcuni veri capolavori solo
perché, un po' distrattamente un po' inconsciamente, li ascrivevo a un filone
di cose che… "non sono il mio genere".

Tutto questo
discorso per dire che una mia passione recente, quella per i film di Miyazaki,
sarebbe forse meno recente se io non avessi evitato tutta l'animazione
giapponese in blocco per anni.
Invece siamo dovuti
arrivare a tre anni fa, ad una serata sola in casa, con Damiano via per lavoro,
e a un vuoto totale di idee su cosa scegliere di guardare per passare il tempo
stirando (cose del passato, intendiamoci, ora c'è Netflix!) per cominciare a
vedere un film dello Studio Ghibli, Arrietty.
Scelto solo perché da ragazzina avevo letto il libro da cui è tratto, Sotto il pavimento di Mary Norton. Quando ho
premuto play non sapevo nulla di Studio Ghibli. Ero stanca, volevo staccare il
cervello, mi aspettavo un cartone per bambini, facile facile, che raccontasse,
probabilmente involgarendola un po', una storia di cui avevo vaghi ricordi.
Quando il film è finito ero piuttosto sconcertata. Ritmi inaspettatamente
lenti. Musica inaspettatamente bella. Idee realizzate in modo inaspettatamente
delicato, raffinato, intelligente. Insomma, un film di cui si poteva dire
tutto, anche che era noioso, ma davvero ineccepibile sul piano del rigore
formale, senza un'oncia di volgarità o di messaggi frusti o banali.
Ho letto qualche
recensione, cercato qualche informazione sullo Studio Ghibli e su questa
onnipresente e ipercitata figura di guru dell'animazione quando si parla dello Studio: Hayao Miyazaki. All'epoca ero così ignorante che per mesi non mi sono
neanche resa conto che Arrietty non
è un film di Miyazaki, ma è
diretto da un altro animatore dello studio.
Non è stato un colpo
di fulmine, ma un amore lento. Arrietty
aveva capovolto un pregiudizio e fatto nascere una curiosità. Kiki consegne a domicilio è stato il primo
film di Miyazaki per me, confermando le sensazioni positive. Ma il punto di
svolta è stato Il mio vicino Totoro. Avevo cominciato
a guardarlo sul tavolo di cucina una sera, di nuovo sola, pensando di spostarmi
a letto una volta sparecchiata la cena, con il computer, per stare più comoda.
Sono rimasta appollaiata sulla sedia per tutti gli 86 minuti di durata, come ipnotizzata.
Non riuscivo a credere che un film ambientato nella campagna giapponese degli
anni '50, protagoniste due bambine, toccasse corde così profonde nel mio cuore.
Ero commossa, entusiasta, deliziata. Mi sono letteralmente innamorata di questo
film, che mi ha tanto impressionata da non poterne parlare approfonditamente
qui. Basti dire che la mia fruizione di Miyazaki ha smesso di essere casuale
per diventare sistematica. Lentamente, nel corso degli ultimi due anni, ho
visto praticamente tutti i titoli dello Studio Ghibli, per lo meno quelli
distribuiti anche in Italia.
Non ho alcuna
pretesa di essere una giapponerd, malgrado il titolo di questo post, ma ho
amato (quasi) tutti questi film: sono come un filone d'oro scoperto
inaspettatamente nelle miniere del cinema d'animazione.
Veniamo però al
rovescio della medaglia. Attualmente, i film sono distribuiti in Italia da
Lucky Red, con un doppiaggio in italiano (curato da un tale Gualtiero Cannarsi)
inconfondibile per la sua peculiarità, e che divide a metà gli spettatori tra
chi apprezza e chi odia ferocemente la trasposizione.
La sottoscritta non
conosce il giapponese, ma come qualunque spettatore, anche casuale, non ha
potuto non notare alcune strane rese nei dialoghi. Cercando qualche spiegazione
in rete, pare di capire che Cannarsi opti per una versione dei testi molto fedele
alla forma dei dialoghi originali, compreso il mantenimento di alcune tipiche
costruzioni sintattiche e di usi
peculiari della lingua giapponese: inversione rema-tema, ripetizioni, nomi di
famiglia particolareggiati e uso di diminutivi, vezzeggiativi in quantità,
costruzioni verbali ridondanti. C'è poi una spiccata predilezione per le varianti
italiane meno frequentate, talvolta desuete o eccessivamente connotate.
Tutto questo
restituisce un'impressione "esotica" e lontana ai dialoghi che, per
quanto mi riguarda, ha un certo fascino, se si mantiene nei limiti del
buonsenso: ad esempio l'ho piuttosto apprezzata in Totoro. Però non posso
negare che a volte l'ho trovata pesante, e, quel che è peggio, in certi casi
decisamente ridicola, il che non era certo nelle intenzioni di chi ha scritto i
dialoghi originali. Avendo ormai visto un buon numero di film, e anche, in
certi casi, adattamenti diversi (alcuni infatti sono stati distribuiti in
Italia anche prima dell'epoca Lucky Red, e circolano quindi più doppiaggi che
possono essere messi a confronto), noto tra l'altro che la tendenza cresce e si
radicalizza sempre più ad ogni nuova uscita.
La pletora di
"mammina", "papino", "nonnina",
"sorellona" e via discorrendo suona assurda e pesante a orecchie
italiane, per non parlare della ragazza che per tutta la durata di Si alza il
vento si rivolge al fratello maggiore chiamandolo Secondo Fratello.
"Secondo fratello" qua, "Secondo Fratello" là… un tantino
inascoltabile.
Ma queste sono rese che hanno ancora, almeno, il pregio
di darci un'informazione culturale da leggere tra le righe, per esempio sulla
struttura familiare e sociale giapponese. Certe altre frasi tradotte nel
doppiaggio non hanno neanche questo vantaggio, e sono non pesanti quanto esilaranti, al punto
che possono essere direttamente trasformate in meme, come fa la pagina facebook
Gli sconcertanti adattamenti italiani dei film Ghibli (da cui ho tratto le immagini che vedrete poco più sotto).
L'effetto-meme di questi adattamenti, però, per quanto esilarante, è piuttosto ingiustificabile,
perché contribuisce a mantenere opere che sono già poco conosciute in Italia in
una nicchia di appassionati che sono disposti a sciropparsi anche dialoghi a volte ai
limiti dell'assurdo per il valore intrinseco dei film, mentre scoraggia molti
spettatori casuali, nuovi potenziali fruitori, che potrebbero legittimamente chiedersi che diavolo stanno
guardando. Insomma, nel complesso non mi sembra si renda un buon servizio a
questi capolavori. Di seguito alcune perle tratte dagli adattamenti, purtroppo tutte verificate con le mie orecchie, e che a volte mi hanno strappato sonore risate. Giudicate un po' voi…

(Caspita, che pathos!)

(I pronomi, questi sconosciuti)

(Perchè un'espressione un minimo in uso in italiano proprio non si poteva trovare.)

(No comment!)

(Giusto un po' ridondante la costruzione "vado a recarmi", anche senza tener conto del fatto che la nonnina (!) in questione vive nella stessa casa, quindi in effetti la ragazza sta dicendo che va nell'altra stanza.)

(Concludiamo in bellezza. Qui siamo alla pura follia...)
Che bellezza!! :D
RispondiEliminaNon so da dove cominciare! beh, per prima cosa grazie per la citazione (si vede che parlavamo davvero TAANTO di Goku e compagnia!! Ah, e prova ne è che il mio gatto di ben 15 anni si chiama...Vegeta!)
Dunque, su Miyazaki con me sfondi una porta aperta: nel 2006 ho visto il primo film, la città incantata a cui ho dedicato una serata di cineforum parrocchiale e da lì in poi mi sono vista - quasi - tutti i film suoi. Innamorandomene!
Alcuni li ho visti addirittura in giapponese coi sottotitoli, Neko no ongaeshi per esempio (ma credo che negli ultimi anni lo abbiano finalmente doppiato).
Devo ammettere che il mio preferito in assoluto è e rimane Il castello errante di Howl che ho visto almeno una volta in italiano, tedesco ed inglese ma che avrò visto una dozzina di volte! Tra musiche, storia e la stessa animazione è bellissimo per me!
Per Gabriele infatti sono in arrivo Totoro e Ponyo anche se per adesso sta andando molto bene Robin Hood ed il libro della giungla Disney. Nella sua chiavetta USB comunque c'è già Arrietty!
Voglio fare una mini pubblicità ad un paio di film di animazione che secondo me apprezzerai: non sono giapponesi ma hanno qualche retrogusto di Miyazaki: Song of the sea e The secret of Kells!
Buona visione e per il prossimo blog a questo punto dicci se sei fan o meno del sushi!
PS. Dragon ball: per un ragazzino/a è avvincente quanto per alcuni lo era Dawson's creek o lo è una partita di calcio, non ti volevi perdere nemmeno un momento di questi combattimenti (verbali per la maggior parte del tempo) per salvare il mondo in sole...50 puntate, perché no!
Dile, le vignette alla fine con i commenti mi hanno fatta morire dal ridere...come l'incipit del post!!!
RispondiEliminaAnche io mi cospargo il capo per averti fatto 'na capa tanta con quel cartone..ma che vuoi, io non ero ancora pronta per Tolkien!!!!!! Per altro la mia cultura in tema di cartoni animati giapponesi si è fermata davvero alla fase Rossana/Dragon Ball (come dire, lo stesso genere!) per terminare definitivamente sulla Città Incantata..so di essere impopolare, ma all'epoca non incontrò i miei gusti..dovrei riprovare?? Un bacio grande, Laura
Ahah, non vi preoccupate, ero io una piccola snob! XD
RispondiEliminaLau, secondo me dovresti riprovare, chissà... La città incantata secondo me è un capolavoro, ma è così particolare che capisco possa non piacere. Però nella filmografia Ghibli ci sono film di tono e ambientazione molto diversi, che magari ti colpiscono di più. Il mio preferito è Il mio vicino Totoro, ed è molto bello anche Kiki consegne a domicilio per scoprire un po' il "sapore" miyazakiano! ;) Oppure Porco Rosso. Howl, al contrario che per la Fiammetta, invece non è nella mia top list! Questione di gusti...