martedì 27 marzo 2018

Into the wild




Ora che la primavera è arrivata (per lo meno secondo il calendario) possiamo raccontarlo.
Il finesettimana tra il 3 e il 4 marzo da queste parti come un po' in tutta Italia il clima era polare. La montagna qua sopra era non semplicemente innevata, ma sommersa di neve. Burian stava creando problemi un po' dappertutto, ma noi avevamo un progetto da realizzare, e la neve ci serviva.
Ok, forse non così tanta, ma insomma, tutto stava andando secondo i nostri piani.
Cosa abbiamo fatto? Abbiamo dormito in una truna, cioè in un rifugio costruito con la neve. A oltre mille metri di altezza. E, beh, come potete arguire dal fatto che state leggendo queste righe, siamo sopravvissuti. Io, contrariamente alle aspettative, non mi sono neanche ammalata (ma non posso dire che a scuola, il lunedì dopo, fossi esattamente un fiore).
Ed eccovi genesi e resoconto di questa malsana idea.

Io e Dama siamo da un paio d'anni nello staff di una "bottega R/S ": tradotto dallo scoutese, significa che una volta l'anno accogliamo ragazzi e ragazze dai 16 ai 20 anni più o meno da tutta la Toscana per approfondire una specifica competenza nel corso di un finesettimana: nel nostro caso la sopravvivenza in montagna d'inverno. L'anno scorso non eravamo riusciti a realizzare il progetto fino in fondo: il weekend stabilito non abbiamo trovato la neve, anche se ha fatto una generosa nevicata mentre eravamo in quota. Non avevamo potuto costruire le trune, e avevamo dormito in un rifugio del CAI. Quest'anno, di neve ce n'era anche troppa, e prima della partenza Emanuele, nostro efficientissimo collega nello staff, aveva dovuto procurare ciaspole per tutti.
Siamo saliti in Secchieta, cinque adulti e dieci ragazzi: paesaggio scandinavo e condizioni climatiche decisamente non favorevoli. Neve alta e fresca, tanto che, col peso dello zaino sulle spalle, anche le ciaspole non prevenivano dall'affondare. Peggio ancora, veniva giù un nevischio che assomigliava decisamente a pioggia, e quindi bagnava davvero.
Ora, malgrado io sia una scout da tempi immemorabili, era la mia prima vera esperienza con le ciaspole: non mi era mai capitato di camminare nella neve così fresca e così alta col peso dello zaino. Le ciaspole sono utili ma dannatamente faticose e scomode. Complici i miei piedi piuttosto piccoli e la mia assai scarsa coordinazione, sarò caduta almeno quattro volte (tra la commiserazione e lo sconcerto dei ragazzi, ma lasciamo perdere).
Ad ogni modo, per chi di voi si sta chiedendo se davvero alla fine siamo stati così pazzi da dormire nella neve in montagna, la risposta è : l'abbiamo fatto - e la notte è stata di gran lunga il momento più caldo e asciutto dell'intera uscita!

Trune in costruzione!
Le trune si costruiscono scavando grosse buche più o meno quadrate, che possano contenere quattro o cinque persone sdraiate. Con la neve rimossa si forma un muricciolo lungo il bordo, che va consolidato e compattato. Poi si appoggiano al muretto di neve rami sgrossati, per formare una sorta di travatura rudimentale che sorregga il "soffitto", e infine si copre il rifugio con un telone impermeabile da appoggiare sopra i rami e "cementare" al muretto con altra neve. Alla fine si ottiene una struttura bassa, alla quale si accede solo tramite un breve tunnel, e dentro cui si può stare solo sdraiati (ma anche questo è funzionale al mantenimento del tepore, visto che l'aria calda tende a salire). Sul fondo della truna, un altro telone impermeabile per pavimentare.

Ed ecco due trune pronte all'uso!

Tra camminata per raggiungere il luogo stabilito e costruzione dei rifugi, in lotta contro il tempo per finirli prima del buio, non è stato un pomeriggio di tutto riposo. Alla fine eravamo fradici fin nelle mutande. Quindi cambio completo e fuoco (fumoso per la legna umida) dentro la vecchia cara Capanna delle Guardie, un posto tappa noto e amato da tutti i frequentatori della Secchieta. Poi le parti belle di una serata scout: il vecchio tavolo coperto di salsicce da bucare e patate da incartare per cucinare alla trappeur, qualche pesce da fare al cartoccio, i piedi che si scongelano al fuoco, la luce fioca delle torce e delle lanterne, il giornale accartocciato negli scarponi, il cordino di riserva nello zaino teso attraverso la stanza, carico di calzini, maglie e giacche che si cerca (inutilmente) di far asciugare (umidità dell'aria: circa 98%). Quando, sul tardi usciamo dalla capanna per andare a dormire ci sentiamo un po' matti.

Pronta per la nanna!
Non era la prima volta che dormivo in truna. Sapevo per esperienza che, contrariamente a quanto si può immaginare, il freddo prende da sotto, non da sopra: sale dalla terra. Quindi ero organizzata: isolante, materassino autogonfiante, una coperta da mettere sotto, un grande sacco nero condominiale per contrastare l'umido. Prese queste precauzioni, dentro il sacco a pelo da alpinismo sono stata bene: asciutta e, sì, calda, del mio stesso tepore e del calore animale dei miei compagni di truna. Con questo non voglio dire che sia stata una notte comoda: avevamo avuto poco tempo per rifinire il pavimento, che era irregolare e un po' in discesa, e, beh, insomma, eravamo pur sempre in una buca nella neve. Ma eravamo ben isolati e il vento non soffiava: il bosco notturno sembrava fermo in un incantesimo di gelo, senza rumori se non lo scrocchiare della neve sotto i passi.

La mattina sveglia presto (molti erano già svegli… qualcuno meno attrezzato aveva sì e no chiuso occhio), un gran daffare per far colazione, ripulire il bosco e la Capanna dalle nostre tracce, rifare gli zaini impacchettando panni in gran parte ancora bagnati, teli, pale da neve, torce, gavette non lavate. Poi ciaspole ai piedi, con doloretti che si risvegliano in circa trentasette punti diversi del corpo, e si riparte, giù lungo il sentiero che costeggia la montagna, tra sprazzi di panorami affacciati su un Valdarno mangiato dalla foschia, e poi nella foresta secolare di Vallombrosa, fino a raggiungere l'abbazia.


Siamo tornati alla civiltà: stanchi, molto sporchi, abbastanza umidi, trasognati. Ci raccontiamo cosa abbiamo imparato: l'entusiasmo dei ragazzi, anche dei più bagnati e acciaccati, è davvero tanto. I pochi passanti che incrociamo sotto le grandi mura dell'abbazia sembrano alieni al nostro piccolo gruppo di sopravvissuti. Lentamente ci spogliamo dei panni di rover del Grande Nord. Ci togliamo le ciaspole dai piedi. Le ghette dalle gambe. Carichiamo gli zaini sui furgoni. La mente corre alla doccia, al termosifone, ma in fondo un po' ci dispiace. Ci giriamo a salutare il wild che incombe ancora vicino, acquattato già tra la prima penombra degli alberi della foresta, proprio alle nostre spalle.
Abbiamo vissuto intensamente il cuore della montagna d'inverno. Ora, com'è per tutti i reduci, non ci resta che scendere a valle e raccontare l'avventura.



domenica 5 novembre 2017

THANK YOU FOR SMOKING (the pipe).





È da tanto tempo che voglio scrivere un post sulla mia passione per la pipa, e adesso è arrivato il momento!
(Ah, disambiguiamo una volta per tutte il termine: per tutto il post “pipa” sarà usato per significare l’oggetto che si fuma ;)

Spesso, scherzando amici e conoscenti, dico che non è che fumo la pipa perché faccio il filosofo, ma il contrario: ho scelto di fare filosofia perché fumavo la pipa.
In effetti, il mio legame con questo magico oggetto nasce quando ancora ero piccolo: mio padre aveva una bella serie di pipe di radica, e spesso, prima di fumarne una, me la faceva caricare col tabacco, insegnandomi i rudimenti di questa tecnica in maniera didatticamente assai efficace: “Devi premere il primo strato di tabacco con la tua forza, il secondo come se lo premesse la mamma, poi un po’ più forte come il babbo, poi fortissimo come un elefante… e infine metti un pizzichino di tabacco come se ce lo mettesse il tuo fratellino!”.
Spesso, alla fine di questo rito, mi faceva anche fare un piccolo tiro, con solerti rimproveri di mia madre (che però poi si fumava le sigarette!).

Non che stia rimproverando mio padre per avermi iniziato al fumo, tutt’altro… lo ringrazio per avermi iniziato al VERO fumo!

Infatti, quando, tra adolescenti, cominciarono a girare pacchi su pacchi di sigarette, e anche altro, io avevo una forte arma di resistenza … anche solo per il fatto di non saper tirare!!

Sapevo pero “tirarmela”, e mi piaceva fare l’originale con la pipa: così, a un certo punto, decisi che non avrei fumato altro che la pipa!! (anche se, confesso, qualche trasgressione ancora la faccio, specie con i sigari)
Non che fossi diventato un esperto fumatore di pipa, tutt’altro: era il far west. Ci buttavo dentro di tutto, dalla salvia ai papaveri (ricordo di una volta in cui fumai… l’ortica), la pulivo nei modi più eterodossi (miele, acqua, alcol), e me ne costruivo di mie assolutamente impresentabili, ma leggendarie – come quando ce ne fabbricammo una a testa con i membri della band metal, utilizzando il sambuco che si trovava nei pressi della sala prove (ovvero nei campi del padre del bassista).

Ma poi, sbagliando e risbagliando, tra un attacco di singhiozzo e una doccia di tabacco soffiato fuori dal fornello, piano piano ho scoperto come trattare la pipa. Perché, capite, si tratta di un rapporto bello, duraturo e faticoso, come nelle vere storie d’amore: certo, un rapporto un po’ più licenzioso e poligamico che con le donne, ma molto più fedele e saldo che con le consumistiche sigarette “usa e getta”, specchio della nostra società.

Bisogna prendersi cura delle proprie pipe, conviverci, non stressarle troppo, dedicarci tempo, saperle maneggiare, sapere come farle accendere, godersele lentamente, sapere quando smettere… queste sì che sono metafore erotiche, altro che il banale doppio senso!
Ho scoperto come pulirle per bene (utilizzando propriamente lo scovolino e l’attrezzino), come accenderle senza farle bruciare troppo (con il fiammifero orizzontale), quanto e come tirare per non consumare troppo presto il tabacco rovinandone il sapore, e tante altri piccoli segreti che solo chi si innamora della pipa potrà apprezzare.

Perciò, per fare innamorare anche voi, enumererò i vantaggi e i pregi del fumare la pipa, sperando che possiate incuriosirvi e provare, ed entrare così nella setta degli Illuminanti.

Le citazioni che seguono, intercalando le mie riflessioni, sono tratte da “La mia Pipa” di Giuseppe Bozzini, vera Bibbia per i fumatori di pipa, che mi hanno regalato alcuni miei amici, e che mi ha convinto infine a scrivere questo post.

-       Ogni pipa è unica. «La sigaretta è anonima, standardizzata; la pipa ha una sua personalità (e prolunga quella del fumatore), uno sviluppo nella sua durata, ha per esempio un’eta, ci si “dialoga” […] non ce n’è una uguale all’altra, sia per la radica, sia per la lavorazione, ma anche per carattere e “rendimento”». È proprio così, e aggiungo che non ci sono solo le pipe di radica: nel mio piccolo harem ho anche una bellissima pipa in legno di pesco fatta da mio zio, una stupenda pipa regalatami da Dile in “schiuma di mare” (un silicato estratto in Turchia e lavorato al tornio, per lo più in Austria), che tira benissimo, e una simpatica “CornCob” in granoturco (sì, quella di Braccio di Ferro). E la radica stessa è tutto un mondo: si tratta dell’escrescenza – forse una specie di malattia – della radice dell’erica selvatica, lavorata dopo alcuni anni, che oltre a essere molto resistente presenta delle venature assolutamente uniche e molto calde. Ogni volta che volete fumare la pipa, potete scegliere quella che più vi si confà in quel momento… anzi, sarà la pipa a scegliere voi.



-       La pipa è ecologica, e meno dannosa per la salute di ogni altro tipo di fumo. «I pochi residui che lascia sono biodegradabili», altro che mozziconi indistruttibili. «Natura viva nel legno, natura un po’ manipolata nel tabacco […] Con la pipa si sente in mano qualcosa che è rimasto vivo, che nel fitto disegno delle fibre e dei nodi parla agli occhi e al cuore con la voce della natura». Rispetto alla sigaretta e ai sigari, fa sicuramente meno male alla salute del corpo: non si fuma la carta, non si inala il fumo, i polmoni e i bronchi non vengono intossicati. Insomma, «se il tabacco può far morire, aiuta però a vivere». E rispetto alle droghe, fa sicuramente meno alla salute del cervello, pur donando una piacevole sensazione di evasione. «Ai giovani che fossero tentati dalle droghe, un suggerimento: provate la pipa. Vi può dare tutto quello che cercate nella droga, e senza pericolo: un “viaggio” delizioso, ma sereno e privo di rischi».

-       La pipa è contestatrice ma rilassante. Certo, segue certi trend, come quello del bricolage e del fai-da-te (ci sono un sacco di begli aggeggini da poter comprare per pulirla, lucidarla, ripararla…), ma nella sua sostanza è un vigoroso grido di protesta contro la frenesia, la massificazione, l’artificialità, la superficialità del nostro tempo. Fumare la pipa «significa partecipare, sia pure inconsciamente, a un rito che risale alle età primitive, perpetuare il culto del fuoco. È interiorizzazione. Ha il passo, il ritmo dell’uomo e non il moto artificiosamente accelerato della macchina. Nella pipa c’è il simbolo dei rapporti dell’uomo con gli elementi primordiali e le sue radici. C’è spiritualità: il fumo ha sempre fatto parte di tutte le religioni, ha sempre rappresentato il viaggio dello spirito umano verso il cielo, verso la divinità». Fumare la pipa induce a meditare, a prendersi del tempo per pensare, a indugiare sul senso della vita, dell’esserci, del fumare stesso.
Perché il pensiero è la sublimazione eterea della mente, come il fumo del tabacco.

Perciò prendetevi del tempo per fumare la pipa, e ne guadagnerete in profondità e qualità della vita (anche se forse non in durata). ;)




mercoledì 30 agosto 2017

LA SUBLIME LEGGEREZZA DELLA SETTIMANA ENIGMISTICA

EDIPEO ENCICLOPEDICO: Quante copie in più della Settimana Enigmistica vengono vendute d'estate, rispetto all'inverno? 

Nessuno lo sa, in effetti, perché la redazione della Rivista che Vanta Innumerevoli Tentativi di Imitazione è enigmatica essa stessa....  ma secondo me siamo sul doppio!

Mi baso su quello che accade a me stesso: come inizia l'estate inizio a comprare LA rivista ogni giovedì, mentre nelle altre stagioni lo faccio solo nei rari momenti di vero relax, quando la mia mente non è assillata dal "invece dei cruciverba, dovresti fare..."
Anzi, potrei dire che la mia estate inizia psicologicamente proprio quando compro la prima Settimana Enigmistica con lo spirito del "adesso la inizio subito, e al diavolo tutto il resto"!
Dile ride tantissimo per questa mia mania estiva, soprattutto perché le ricorda il mio babbo. (Al quale io e mio fratello abbiamo persino regalato l'abbonamento annuale, una volta). Mi ricordo che da bambino, nei rari momenti in cui mio babbo non si occupava dei cruciverba senza schema – armato rigorosamente di matita gommata in fondo – io mi lanciavo sull'unisci-i-puntini o colora-gli-spazi; crescendo, sono passato alle Parole Crociate Facilitate, poi su su fino al Grande Schema per Tutti, da risolvere con fratello e genitori... e oggi anche io sono in grado di portare la Sacra Matita Gommata, affrontando i temibili attacchi di Bartezzaghi, Calcabrina e gli altri manigoldi.

Il fascino della Settimana Enigmistica è innegabile, a partire dalla copertina, con quel font vintage, un po' fascio ma sempre con garbo! Se confrontate il primo del nostro Periodico (anno 1932) con l'ultimo, noterete che la differenza maggiore sta nella presenza del sito internet – scritto piccolissimo – in quello più recente ...e nel prezzo, ovviamente.





Bisogna anzi dire che la foto integrata nel cruciverba era un'idea stupenda, molto più bella del semplice riquadro odierno! Per il resto, sembra che niente sia cambiato da quasi un secolo fa. E proprio qui sta la forza della Rivista di Enigmistica Prima per Fondazione e Diffusione. Nel suo fascino retrò, privo di fronzoli e di pubblicità, quasi tutto in bianco e nero, con quelle barzellette da Italia anni 50, quando i mariti erano in carriera e le donne andavano in corriera; con i Concorsi a Premi, come il leggendario "QUESITO CON LA SUSI", che al solo leggerlo pare rievocare i programmi di Mike Buongiorno...

La Settimana Enigmistica unisce le famiglie, è un ponte tra le generazioni, un collante nazional-popolare.

A chi mi dice, ridendo, che questo passatempo stride un po' con la mia allure filosofeggiante, rispondo che invece la filosofia – per come la vivo io – è un po' come fare un cruciverba, con i concetti al posto delle parole: si connettono idee al posto di termini, si intrecciano argomenti invece che vocaboli.... si può dire persino che si uniscono i puntini con i connettori logici, invece che con tratti di penna; e similmente, si riempiono gli spazi vuoti con contenuti di senso.
Ma mi tengo buona questa idea della filosofia come cruci-logoi per qualche altra volta (e non su questo blog, promesso)!

Per adesso, preferisco dedicarmi alle Cornici Concentriche e a qualche buon Rebus... in attesa del prossimo numero. L'ultimo dell'estate!

martedì 8 agosto 2017

Moto? Nuoto!


Io vado in piscina. 
No, dai, così potrei trarre in inganno i lettori. Ricominciamo. 
Io non mi muovo. Mai. Avete presente l'espressione "fare del moto"? Ebbene, io non lo faccio. 
MA, se e quando sporadicamente riesco a trovare tempo e tempra morale sufficiente per fare attività fisica, ecco, diciamo che vado in piscina (no, non metto nel conto le camminate con zaini di venti chili sulle spalle con gli scout. Prima di tutto, non sono iniziative personali, e poi sono meglio inquadrati nella categoria "ascesi". Ne parlerò un'altra volta). 
Damiano, fedele al principio mens sana in corpore sano  è un filosofo sportivo. Corre o fa esercizio praticamente ogni giorno. E non per burletta, sul serio, e gli effetti si vedono (naturalmente parlo dei cumuli di abbigliamento sportivo in poliestere fradicio di sudore e olezzante che lo costringo a togliersi prima di entrare in casa) (scherzo, amore, sei atletico e prestante più che mai). 
Invece, per chiarire, in un intero anno scolastico, io sono stata in piscina zero volte (è vero, pendolavo, era faticoso e stavo fuori giornate intere. Però, insomma, zero è un po' imbarazzante). Ma qualcosa devo pur dire quando mi chiedono che sport faccio. E non è neanche del tutto falso. Finito l'anno scolastico ho comprato una tesserina di ingressi al nuoto libero nella vicina piscina comunale e li ho usati quasi tutti (beh, poi, hanno chiuso la piscina per la pausa estiva quindi non è colpa mia). E l'anno prima, quando insegnavo vicina a casa, ci sono andata con una certa regolarità (vi ricordo che la regolarità non implica una frequenza alta. Per esempio, se corro la maratona una volta ogni dieci anni, corro la maratona con regolarità. Con una regolarità decennale). 
Ma il punto non è quanto spesso io vada in piscina, quanto il fatto che andare in piscina mi piace. E questo è strano.  

Io e lo sport non siamo mai stati amici. Prima di tutto in generale odio il sudore. Poi, come chi mi conosce sa molto bene, non ho alcuna coordinazione. Sono il tipo di persona che non prende mai una cosa al volo (per non parlare di quando sono io che provo a lanciare una cosa al volo), e questo esclude qualsiasi gioco che implichi una palla, dal ping pong al rugby. Non so se comincia a delinearsi davanti ai vostri occhi un certo profilo. Tipo la ragazzina che alle medie veniva scelta per ultima nelle ordalie che in palestra erano rappresentate dalla formazione delle squadre. Ricordo quelle ore di educazione fisica come un'infinita teoria di partite di pallavolo in cui non riuscivo mai a mandare la palla al di là della rete. Non è un'iperbole. Non ho memoria di una sola battuta riuscita. Perfino le mie amiche più care quando toccava a me alzavano gli occhi al cielo e aspettavano la fine del malus intrinseco costituito dalla mia presenza nella squadra. Il mio professore (che, ora, con occhio professionale, non sono incline a valutare benevolmente -a quel tempo, più semplicemente, desideravo di cuore la sua morte) mi veniva in soccorso con frasi su questa falsariga: "oltre la rete, mi raccomando". Era un tipo flemmatico, ricordo. Forse non riteneva che alcun suo intervento potesse  avere un qualsivoglia effetto sul mondo circostante. Giocavamo sempre maschi contro femmine e le femmine perdevano sempre, ma questo non era sufficiente a spingerlo verso azzardi come, per esempio, ripensare le squadre (non parliamo poi di cambiare gioco). Una volta la mia amica Giovanna si ruppe un dito e lui deliberò che era meglio se stava seduta per un po', fedele al principio universalmente noto che vuole che in palestra, a scuola, il rimedio universale per ogni problematica, dall'indisciplina alle lesioni gravi, sia "mettiti a sedere".  

Mi rendo conto che il flusso di coscienza mi ha portata molto lontana da dove volevo arrivare. La piscina. Nuotare, ovvero un'attività fisica che mi piace davvero. Probabilmente lo devo ai miei genitori che mi hanno fatto imparare a nuotare, e a nuotare bene, quando ero ancora bambina. Vado sciolta e vado discretamente veloce, anche dopo tanti anni. Insomma, so come si fa, il che non si può dire di… beh, qualsiasi altro sport. 
C'è anche dell'altro. Non si suda, per esempio. E' difficile, anzi, quasi impossibile farsi male a qualche arto. Si usa tutto il corpo, e questo è importante per chi è sedentario come me. 
Ma non è ancora questo il punto. Credo che sia il fascino sottile della solitudine. Il nuoto è uno sport solitario. Qualche cenno a chi condivide la nostra corsia. Ogni tanto un braccio o un piede che si sfiorano quando ci si incrocia. Con la testa fuori, c'è il rumore dell'acqua che copre quasi tutto. E sotto il pelo dell'acqua c'è silenzio. Le piastrelle azzurre sfilano sotto di noi al ritmo delle bracciate. Il corpo lavora ed è quasi un piacere ascoltarlo, il torace pieno d'aria tiene a galla, le braccia scivolano, le gambe spingono, il cuore batte. Mi dice: hai visto cosa so fare? E tu che mi tieni sempre incollato a una sedia! E poi, mentre credevo di essere tutta concentrata sul corpo, ecco che invece sto pensando. E in una forma diversa da quella usuale: sembra più facile mettere a fuoco dietro gli occhialini un po' appannati, come se i pensieri, slegati da troppe connessioni inutili, emergessero uno alla volta dalle profondità. Farò così, parlerò a quella persona in questo modo, mi organizzerò in quella maniera. Perché non ci avevo pensato prima? E vengono fuori nuove idee, chissà da dove. Sui libri che leggo, sulle cose che studio. Cose da fare, da rimasticare, da scrivere. 
Quando l'ora è terminata ed esco fuori sono stanca e un po' euforica. Ho fame. Ho voglia di chiacchierare.  
Ho fatto del moto, in testa e fuori.

martedì 11 luglio 2017

SOTTO CASA. Il mio amico Testimone di Geova.

Sono ormai diversi anni che, a cadenza bisettimanale, frequento – anzi, “vengo frequentato” da – un Testimone di Geova. Per rispetto della privacy, lo chiameremo “Y”, anche se lui preferirebbe sicuramente “G”. 
(Questa la capiranno in pochi…;)

Per la verità, Y veniva a trovarmi già prima che mi sposassi con Diletta, ma poi è entrato nel mio corredo nuziale: e così Dile pazientemente sopporta alcune nostre chiacchierate, e ancora più pazientemente dice a Y che non sono in casa, cosa che capita la maggior parte delle volte… e che la maggior parte delle volte è vera (tranne in un paio di casi, lo confesso!)

Facendo un po’ di conti, conosco quindi Y da almeno sette anni. Ecco il primo punto interrogativo gigante: perché continua a venire? Ormai ha usato tutte le sue armi a disposizione, credo, eppure non è riuscito a convertirmi alla sua caus…alla sua chiesa. E allora perché continua? A volte penso che ci siano dei punti premio che spettano ai TdG che convertono più persone, ma anche in questo caso non avrebbe senso continuare a perdere tempo (e potenziali punti) con i recidivi. Cos’è, valgo più punti perché insegno in una Facoltà Teologica?

Alla fine preferisco darmi questa risposta: Y continua a venire perché tra noi si è instaurato un rapporto di reciproca stima, e di dialogo franco. Provando a mettermi nei suoi panni, non dev’essere facile incassare tutte quelle porte sbattute, tutte quelle bestemmie in diretta, tutte quei “cortesi” rifiuti che pur legittimamentissimamente riceve nel suo instancabile proselitismo; alla lunga sfianca il corpo e lo spirito. E d’altra parte, dev’essere persino “troppo facile” imbambolare semplici e ingenue pie vecchiette che ti aprono la porta in spirito di cristiana carità e fiducia verso il prossimo, ma che non hanno il necessario bagaglio critico per vagliare idee e credenze diverse da quelle della propria tradizione. Circa questi ultimi casi, mi piace pensare che Y abbia sviluppato un certo senso di noia, un comprensibile sgomento per l’ignoranza religiosa in cui versa la maggioranza dei “cattolici”, e forse pure un po’ di senso di colpa nell’approfittare in tal modo dell’impreparazione e dell’evangelica semplicità di spirito altrui.
Insomma, forse in me ha trovato pane per i suoi denti. Conosco abbastanza la Bibbia (soprattutto passi che non rientrano nel repertorio classico dei TdG), cerco di argomentare la mia posizione, e non mi manca la faccia tosta di fare le pulci alle posizioni degli altri, anzi nel farlo provo un perverso piacere: quest’ultima non è una virtù cristiana, in effetti. Ma tutti abbiamo i nostri vizi.

Devo dire che ho imparato tantissimo parlando con Y. Non tanto sulla Scrittura – anche se diverse volte ho approfondito dei temi per poterne discutere con maggiore competenza, e di questo lo ringrazio – , quanto soprattutto su ciò in cui credono i Testimoni di Geova. Chi non ha mai davvero parlato con loro, facendo loro domande e scavando a fondo nelle questioni, è pieno di pregiudizi nei loro confronti. Lo dico perché anche io ero così. Invece adesso i pregiudizi si sono trasformati in giudizi, e questo è sempre un bene. Adesso che li conosco ho dei buoni argomenti per nutrire un profondo scetticismo nei confronti del loro iperletteralismo che sovente rinnega se stesso; posso sostenere con convinzione l’idea che i TdG abbiano mancato il senso profondo della rivoluzione etico-religiosa operata dal cristianesimo nei confronti del giudaismo, una rivoluzione che marca tutta la cultura occidentale col segno indelebile della libertà; e soprattutto posso dire con cognizione di causa che i TdG non hanno chiaro che Cristo ha istituito una Chiesa – una comunità di credenti – e non una Scrittura: senza la Chiesa, infatti, non ci sarebbe stato nessun Vangelo.
So meglio cosa mi divide da loro, che non è un istintivo rifiuto del diverso, e neanche una pretestuosa critica della loro "misteriosa" organizzazione politico-religiosa, quanto un meditato distacco da certe precise concezioni teologiche e antropologiche. Ad esempio, la credenza letterale nel numero dei 144.000 che comporrebbero il “consiglio” celeste del Cristo Re al momento del suo ritorno sulla Terra, quando governerà come capo politico su tutti i risorti nella carne (cioè i salvati che non rientrano nei 144.000 “eletti”) – credenza veramente risibile, come in generale risibile qualsiasi interpretazione letterale dell’Apocalisse, che ne misconosce il grandissimo valore letterario (e politico e teologico) rintracciabile nella sua simbologia mistica. Oppure l’esegesi del versetto “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” (Mt 16,18), che i TdG interpretano come se la prima parte si riferisse a Simon Pietro, mentre la seconda, chissà perché, a Gesù stesso. Cioè Gesù, in un chiaro momento di schizofrenia verbale, avrebbe detto: “Tu (Simone) sei Pietro, ma su questa pietra (me stesso) edificherò la mia chiesa. Non farti strane idee solo perché ti ho appena detto che voglio che ti chiami proprio Pietro! L’ho fatto così per prenderti un po’ in giro!” Geniale.
Eravate a conoscenza di queste cose sui TdG? Presumo di no, e invece sono preziose per conoscerli meglio. Ce ne sarebbero molte altre, ma non intendo qui deriderli superficialmente, o essere troppo semplicistico nel riportarne le dottrine. Volevo solo fornire degli esempi di ciò che ho imparato da questa esperienza arricchente.

Io, d’altro canto, spero di aver lasciato a Y l’impressione positiva che si può essere cattolici senza essere religiosamente ignoranti, senza essere preclusi al dialogo, e soprattutto senza essere considerati come membri di un gregge di pecore stupide (quando non in malafede) guidate da un malvagio pastore vestito di bianco che fa loro credere cose assurde, pagane e anti-cristiane. Perché è così che i TdG considerano i cattolici, e i loro dogmi della Trinità e dell’Eucaristia.
Spero di avergli fatto almeno capire che l’interpretazione cattolica della Bibbia non è più problematica della loro, né meno onesta.


Y è un omone di buon cuore, dalle mani grandi e dallo sguardo puro e fraterno, amico sincero della verità. Io credo non l’abbia trovata, lui sì. Ma su una cosa, in fondo, siamo entrambi d’accordo (anche se lui lo ammetterà meno facilmente di me): il Dio che guarda i cuori saprà giudicare meglio di tutti noi.